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Samassi e il senso della comunità

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Ritratto di Antonio.Mancosu
Antonio.Mancosu
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Iscritto: 16/07/2011

 serranda chiusa

E’ sufficiente farsi un piccolo giro per il paese per incontrare molte serrande abbassate da tanti anni e le chiesette coi portoni severamente chiusi.                                                                                                                          

Basta poi andare indietro con la memoria a circa quindici fa anni o poco più per ricordare che per le strade del paese la situazione era un po’ diversa: in molte zone c’erano vari negozi di generi alimentari, di scarpe, drogherie, c’erano i laboratori artigianali di calzolai, fabbri, falegnami, le chiesette ogni tanto aprivano le porte per far partecipare chi voleva alle messe giornaliere. E si potevano incontrare le persone che spesso a piedi andavano a fare la spesa, si fermavano per strada a chiacchierare, qualcuno che passava ore a spettegolare dall’artigiano e magari gli dava pure una mano nel lavoro. Insomma: il paese aveva una certa vitalità.                                                         

Oggi questo non accade più o accade in misura molto minore. I piccoli negozi sono ormai quasi tutti chiusi, molti laboratori artigianali, se non hanno chiuso definitivamente, si sono dovuti trasferire nella periferia anche per motivi legati a leggi su inquinamento e sicurezza, le chiesette, a parte la Parrocchia, sono chiuse praticamente tutto l’anno e per questo a volte cadono a pezzi.                                                                                                                 

Qual è la conseguenza principale di questo?

Per fare la spesa, bisogna spesso prendere l’auto e andare nei supermercati, non sempre a portata di mano, talvolta anche fuori paese, in cui ti servi da solo, c’è la musica in sottofondo, a volte trovi prodotti a prezzi molto convenienti e riempi carrelli che poi vanno a riempire le tasche di gruppi della grande distribuzione che magari non hanno neanche sede in Italia. Le chiesette sono degli ingombranti edifici in continua (ed inutile, essendo perennemente chiuse) fase di restauro.

Tutti questi elementi non contribuiscono di certo a tenere saldo il tessuto sociale ed il senso della comunità che in un piccolo paese dovrebbero essere un punto fondante. Ciò che principalmente distingue la vita in un paese da quella in una città è il fatto di conoscersi un po’ tutti, salutarsi per strada, fermarsi a scambiare due parole e fornire aiuto reciproco l’un con l’altro: il senso della comunità, appunto.

Da dove si può partire, almeno a ragionare, per affrontare questi aspetti?

Per quanto riguarda le chiese minori, si potrebbero fare due proposte di massima per attuare le quali andrebbe ovviamente coinvolto il Prete o la Curia per ottenerne parere e autorizzazione (ci tengo a sottolineare che il mio punto di vista è laico):

  1. considerato che, a livello locale, la nostra società è fortemente ancorata alle credenze religiose, sarebbe il caso di tenere le chiese di San Geminiano, San Giuseppe e Santa Margherita aperte il più possibile e consentire il regolare svolgimento delle funzioni religiose ed anche, ad esempio, il catechismo per i bambini, come si faceva un tempo. Questo consentirebbe di rivitalizzare le zone del paese in cui si trovano le chiese e di dare la possibilità, soprattutto alle persone che trovano difficoltà ad inerpicarsi sino in cima agli scalini della Parrocchia, di poter partecipare alle messe nelle chiesette più facilmente raggiungibili.
  2. Ci si potrebbe consorziare con i Comuni vicini istituendo ad esempio un percorso turistico-religioso (a cui si potrebbe affiancare un percorso eno-gastronomico…), che consenta ai turisti di visitare i luoghi e monumenti più importanti dei paesi della zona. Per fare questo, visto che Samassi probabilmente non possiede particolari attrazioni di carattere storico, se si escludono la Parrocchia, San Geminiano e poco altro, sarebbe appunto il caso, di tenere aperte le chiese almeno nei periodi dedicati alle visite turistiche.

Per quanto riguarda i negozi e le piccole attività artigianali il discorso sembra più complesso. Si tratterebbe di cercare di rimettere in piedi un sistema commerciale, magari non necessariamente identico a quello del passato, ma con delle attività di confine e alternative, ad esempio negozi legati al commercio equo e solidale, laboratori in cui si riciclano oggetti usati o materiali di scarto per produrre e rivendere nuovi oggetti, ecc.

Altro elemento che si potrebbe sfruttare meglio (da stabilire in quali modalità) è il prodotto principe del paese: il carciofo.  Ad esempio inserendolo come punto chiave di quel percorso eno-gastronomico accennato prima.

Questo ovviamente sarebbe un rischio per chi avesse la volontà di intraprendere un’attività del genere, visto che si tratta di iniziative non diffusissime nel nostro territorio e forse più difficili da assimilare per la cittadinanza, ma con la collaborazione e il supporto delle istituzioni (il Comune in primo luogo) si potrebbe fornire  sostegno e fiducia.

Sarebbe interessante sentire in particolare il parere dei più giovani, soprattutto riguardo le iniziative a carattere commerciale, visto che il carattere innovativo delle proposte potrebbe essere particolarmente adatto affinché queste o altre siano eventualmente realizzate da persone con una mentalità intrinsecamente più aperta e più propense al rischio.

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